Virginia – In Giappone a scuola di…giapponese

Virginia – In Giappone a scuola di…giapponese

Negli ultimi anni è diventata una meta gettonatissima – soprattutto per i viaggi di nozze ma anche per “semplici” vacanze – in particolare nel periodo della fioritura dei ciliegi. Un Paese che racchiude infiniti contrasti, in un perfetto equilibrio che bilancia tradizione e innovazione.

Stiamo parlando del Giappone, qui raccontato attraverso gli occhi e la voce di Virginia. Partita dall’Italia quasi due mesi fa con un Visto studentesco, dopo un’esperienza da docente in Italia, al momento risiede a Tokyo.

“Qui frequento una scuola di lingua giapponese. In Italia ho insegnato per quattro anni come sostegno e potenziamento alla primaria, ho fatto anche la volontaria come insegnante di italiano per donne straniere. L’anno scorso sono venuta qui in vacanza e al momento di tornare a casa mi veniva da piangere perché volevo restare, quindi ho pensato di prendermi un periodo di tempo per migliorare professionalmente. Mi piacerebbe restare nell’ambito dell’insegnamento, se possibile vorrei restare qui per insegnare la lingua italiana: infatti sto cercando mandare curriculum e fare colloqui, mentre studio”. 

Tipi di Visto in Giappone

Virginia sta quindi sfruttando il Visto studentesco, che nel suo caso avrà una durata di un anno e tre mesi. “E’ un Visto più lungo rispetto ad altri Paesi, il massimo è comunque di due anni ma nella scuola dove sono entrata potrei stare fino a marzo 2026 perché sono arrivata a ottobre. Se riuscissi a trovare un lavoro qui, trasformerei il Visto ma la trafila è lunga. La burocrazia è abbastanza complicata, anche perché il Visto studentesco è legato alla frequenza a scuola e quindi se mi diplomo prima scade. Insomma, emigrare in Giappone non è facile“.

Per trasformare il Visto studentesco in uno lavorativo, infatti, bisogna recarsi nelle apposite sedi insieme a un referente dell’azienda che ti assumerà – in quanto deve fare da garante per te – ma con diverse difficoltà. “Ci sono due tipologie di Visto lavorativo: uno per le professioni più qualificate ovvero che richiedono diploma un universitario, uno per lavori legati all’ospitalità o alla vendita o alla ristorazione. Nel mio caso, inoltre, il lavoro deve essere molto vicino a quello che ho studiato all’università. La mia laurea italiana in Linguistica, per fortuna, è compatibile con quella per l’insegnamento in Giappone. Il Visto lavorativo non è comunque infinito, dipende dal contratto: di solito al primo contratto dura un anno, poi se sei un bravo cittadino e continui ad avere il lavoro può arrivare fino a 10 anni; altrimenti si deve prendere la cittadinanza giapponese ma a un italiano non conviene perché si deve scegliere solo una delle due. Comunque, dopo tre mesi si deve registrare la residenza, iscrivendosi al sistema sanitario nazionale e al sistema pensionistico giapponese: per me è stato traumatico, entro due settimane dall’arrivo bisogna farlo e nessuno parla inglese qui”.

Curiosità: il Visto turistico, invece, dura tre mesi. Dunque, restare a vivere in Giappone non è così facile anche se gli italiani in questo hanno un bel vantaggio. “Di solito i cittadini italiani non ricevono un no come risposta se vogliono prolungare oppure entrare come studente, in Giappone il passaporto italiano è molto forte. Qui infatti ci sono tanti italiani, pensavo fosse difficile trovarne ma anche nella mia sharehouse (una sorta di studentato usato anche dai giapponesi, dove ci sono una stanza privata mentre cucina e salotto sono in comune) siamo stranieri e giapponesi, quattro italiani vivono qui. Tutti i giapponesi adorano l’Italia tra l’altro, ho fatto amicizia con alcuni ragazzi che amano la musica lirica e tanti imparano la lingua proprio perché sognano di viaggiare in Italia per studiare canto lirico. In generale, però, qui c’è una maggiore freddezza nei rapporti umani: tra stranieri è facile integrarsi perché si è un po’ sulla stessa barca, invece i giapponesi stanno un po’ sulle loro. Pochi si buttano nella conversazione, di base pensano che ci sia un’incompatibilità comunicativa anche perché, come detto, in pochi parlano inglese. Ma per fortuna non tutti sono così, soprattutto chi lavora con l’estero è più aperto a livello mentale. Capisco che essendo stato un Paese isolato e chiuso per tanto tempo si faccia fatica, soprattutto in una città così grande”.

Giappone terra di contrasti ed equilibrio

Entrando nel merito della vita a Tokyo, per chi è abituato a vivere in una piccola cittadina “sembra un altro mondo“. “Tokyo è grande come la Lombardia, all’inizio ero spaesata perché c’è sempre ovunque tantissima gente e le scritte sono tutte in caratteri. Dal momento in cui atterri in aeroporto ti rendi conto che sarà una sfida, inoltre per lo più i giapponesi non parlano inglese oppure parlano una sorta di giappenglish: è proprio una lingua, che puoi anche scegliere al karaoke. Mi sento di essere in un mondo parallelo, la città è enorme e i grattacieli immensi ma poi giri un angolo e ti trovi il tempio shintoista incastonato nei grattacieli o il negozio dove accettano solo contanti. Qui ci sono contraddizioni molto palesi, una modernità ostentata e insieme cose vecchissime. La contraddizione è strana ma anche affascinante: le strutture antiche contrastano con la modernità ma nello stesso quartiere convive tutto in equilibrio. E’ strano anche che la maggior parte dei giovani non si dichiara religioso, nel senso di credente, ma comunque va al tempio e ne rispetta la ritualità: il tempio fa parte proprio di loro, lo shintoismo più che una vera religione è animismo ovvero tutto è Dio; pensa che c’è anche il Dio dell’orologio! In Giappone lo shintoismo si fonde col buddismo, anch’esso più una filosofia di vita che una religione. Inoltre vi è una ritualità nel saluto, nel parlare sul luogo di lavoro che è molto distante e formale ma allo stesso tempo la cura del cliente per loro è fondamentale, tanto che qui si dice il cliente è Dio“.Il bello è che qui si trova tutto nel quartiere senza bisogno di spostarsi: la comodità, avere tutto ciò che ti puoi immaginare a portata di mano, è proprio una delle cose che apprezzo di più del vivere qui”.

Nonostante le dimensioni, la percezione di sicurezza è molto alta. “A Tokyo puoi andare in giro in totale sicurezza sui mezzi di trasporto, a Milano non tornerei mai in metro a mezzanotte mentre qui lo faccio tranquillamente. E’ comunque tutto a misura d’uomo, non mi sono mai sentita schiacciata da questa enormità anche se fa strano vedere sempre tutte queste persone assieme: io per fortuna evito l’orario di punta perché ho lezione al pomeriggio, al mattino ti spingono letteralmente dentro il treno. A proposito di treni e mezzi di trasporto in generale, un’altra cosa che apprezzo molto è la puntualità: io sono una persona molto puntuale e qui gli orari vengono rispettati al secondo”.

Per quanto riguarda le difficoltà nella lingua, Virginia è partita avvantaggiata avendola studiata in università. Nonostante questo, il Giappone “mi mette alla prova tutti i giorni, c’è sempre qualcosa che non capisco: ho studiato tre anni giapponese in università e poi non l’ho molto allenato, non ho proseguito con lo studio dei caratteri che secondo me sono molto affascinanti”.

Da qui la necessità, quasi per sopravvivenza di “allenare” la lingua quotidianamente. “La scuola che frequento io è di lingua giapponese: ci sono solo stranieri ma è tutto fatto solamente in giapponese, è full immersion. Sono quattro ore di lezione al giorno, di media intensità; quotidianamente abbiamo anche una mini verifica su quanto abbiamo fatto in merito a scrittura, grammatica, lettura. La scuola qui è presa molto sul serio, ogni due settimane ci danno anche foglio delle presenze: la frequenza deve essere molto alta, anche proprio per il Visto perché ogni mese viene mandato il foglio delle presenze all’ufficio immigrazione. Siamo circa 20 persone per classe, nel mio caso siamo due italiane e tanti cinesi e dal Myanmar, un americano e un russo ma dalla Russia asiatica, due coreani e un ragazzo arriva dalla Malesia. In altre classi, che nella mia scuola sono divise per livelli, ci sono anche altri europei; a me piace così perché almeno parliamo sempre in giapponese. Spesso partecipo a eventi con relatori giapponesi proprio per migliorare la conversazione, non è così facile ma lo scritto e la lettura restano comunque più difficili perché i caratteri sono davvero tantissimi”. 

Passando alla cucina giapponese, prima curiosità: “qui la schiscetta si chiama bento” (se mai vi fosse capitato di vedere una bento box di sushi al supermercato, ecco la spiegazione). Inoltre, a differenza dell’Italia probabilmente, in Giappone “è estremamente economico mangiare fuori, più che fare la spesa anche perché ci sono prodotti europei ma li paghi davvero tanto. Io quando cucino faccio un po’ un mix: utilizzo i loro ingredienti per fare ciò che conosco, però sicuramente non posso permettermi la pasta tutti i giorni. Qui il problema vero è la frutta, ha un costo esagerato ma c’è un motivo: per loro è il tipico regalo che si fa ad altre persone e quindi deve essere perfetta, inoltre la coltivazione qui non è così facile avendo poco spazio a disposizione. Un melone si può pagare anche 400 euro” (sì, avete letto bene: 400 euro per un melone). Altra curiosità: “se sulla confezione del succo di frutta c’è il frutto tagliato a metà in foto significa che è 100% frutta, quindi è come se fosse un estratto, e senza zuccheri; più diventa un disegno e più zuccheri aggiunti ci sono”. A livello di scelta, a Tokyo come potrete immaginare si trova di tutto: “Ci sono tanti ristoranti che si dicono italiani, ma anche alcuni autentici con pizza napoletana ma che costa fino a 20 euro”. 

Virginia mi stava raccontando altre curiosità (tra cui il fatto che a Tokyo usino ancora il fax, nonostante tutta la tecnologia avanzata, e che anche il pagamento in contanti sia spesso richiesto), quando improvvisamente si è bloccata. Avevo appena assistito a una scossa di terremoto in diretta. “Avvertire una scossa è normale qui, mandano sempre un alert sul cellulare. Se è debole arriva solo una notifica, se è forte il telefono fa un segnale acustico molto forte pochi secondi prima dell’inizio del terremoto. Anche a scuola ci hanno raccomandato di essere preparati all’eventualità di un terremoto su larga scala: ci hanno detto di avere sempre a portata di mano uno zaino d’emergenza (uno in casa e uno sul posto di lavoro) con cambio d’abiti, acqua, cibo, documenti, soldi, batteria elettrica, pila e guanti. Ci hanno detto che in questo caso si deve cercare il luogo di incontro più vicino e un posto dove stare se l’edificio in cui vivi è inagibile. Tutti i bambini sin dalla scuola elementare fanno prove antisismiche. Da quando sono qui sento scosse tutte le settimane, ma per lo più è un movimento minimo: tanti non lo percepiscono nemmeno perché sono abituati. La maggior parte degli edifici è comunque antisismica, la nostra scuola è molto solida, parrebbe anche per i terremoti più forti…ma speriamo di non doverlo mai scoprire”. 

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